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Ave Maria per una gattamorta racconta di una banda di adolescenti di quartiere che apre un proprio sito su Internet e per renderlo appetibile ai visitatori vi carica materiale pornografi co autoprodotto e girato con i cellulari.
Lo spettacolo nasce da una ricerca fatta sul campo da Sorrentino con interviste ad adolescenti e da una documentazione pubblicistica sull’argomento. Fedele al linguaggio degli adolescenti ascoltati e ai loro drammi inascoltati, il testo indaga l’universo giovanile, svelando una realtà confusa, depressa, complessa, problematica, contraddittoria, ma anche piena di umanità, di incosciente bellezza, di energia che come un fiume in piena, invade e sommerge gli spazi cronici del malessere. Una preghiera che suona come un pianto scomposto, come una bestemmia e come una richiesta di supplica, di perdono, di comprensione, di riconciliazione.
Ave Maria per una gattamorta è pertanto il racconto di un dolore e di una emergenza sociale e culturale. Lo spettacolo è stato finalista al Premio Riccione con la motivazione: “Una storia di ordinaria violenza espressa col linguaggio povero e ossessivo degli sms e dei videofonini: Mimmo Sorrentino trasforma in una pagina di scarna cronaca teatrale, senza redenzione, una preziosa consuetudine di lavoro coi giovani e coi diseredati di ogni paese”. Un requiem cantato con parole talmente malate di inconsapevolezza che è impossibile trattenere il riso, come del resto è impossibile lasciarlo sfogare liberamente, perché fin dalla prima battuta del testo “non sono stato io”, si intuisce subito che si celebra la morte dell’io.
Il linguaggio è quello sgrammaticato degli sms misto ad improbabili versi di rap. L’adolescente è rappresentato crudamente in tutte le sue espressioni come attraverso l’occhio di una telecamera lasciata aperta su di lui, che lo riprende senza censure, tagli e commenti, al contrario di ciò che accade negli pseudo-reality, al cui bombardamento sono continuamente sottoposti i giovani.
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