20-02-2012 - “AVEVO UN BEL PALLONE ROSSO”: CONCLUSO IL SECONDO ANNO DI TOURNÉE DELLO SPETTACOLO DI CULTO CHE AFFRONTA UNO SNODO CRUCIALE DELLA STORIA ITALIANA

Un padre e sua figlia, Margherita. Parlano e tentano di confrontarsi mese per mese, anno per anno sugli studi universitari, sulla passione di Margherita per la politica e su Renato, suo futuro marito. Una famiglia borghese e cattolica di Trento, un padre premuroso e all’antica, una figlia che diventerà presto Mara Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse.


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Dopo i successi dalla passata stagione, riparte la tournèe di Avevo un bel pallone rosso, spettacolo sorprendente della giovane autrice e attrice trentina Angela Dematté, che affronta in maniera profonda e inconsueta la tragedia del terrorismo con le sue vittime innocenti, i furori giovanili, gli “anni di piombo” che hanno bruciato un’intera generazione e l’incomunicabilità tra genitori e figli. Dal 1965 al 1975: dieci anni in cui Margherita Cagol, studentessa di sociologia appassionata di politica, diventa Mara Cagol, si trasferisce a Milano, entra in clandestinità e fonda assieme al marito Renato Curcio le Brigate Rosse. Dieci anni in cui il rapporto tra Margherita e suo padre viene mano a mano a dissolversi e le parole che padre e figlia si rivolgono nel dialetto della loro città, si svuotano in grandi silenzi privi di speranza, che verranno sopraffatti dall’annuncio televisivo della morte della Cagol in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine il 5 giugno 1975.

“Il Teatro ha il dovere di indagare sulle ferite della storia recente.” Questo l’assunto di base dell’autrice di questo testo crudo, che affronta senza sconti uno snodo cruciale della storia italiana. Vincitore del Premio Riccione per il Teatro 2009, il testo ha saputo catalizzare l’attenzione della critica e del numeroso pubblico che ha seguito ogni data della tournèe, portando in scena - oltre alle cupe vicende storiche - il dramma borghese di sofferenze taciute tra quattro mura domestiche, di antagonismo generazionale oltre che politico. Ed è proprio il linguaggio, che dal familiare dialetto trentino vira al freddo e lapidario italiano dei comunicati stampa delle Brigate Rosse, uno degli elementi che ha affascinato spettatori e addetti ai lavori.

Andrea Castelli interpreta Carlo Cagol, il padre. A vestire i panni di Margherita – Mara Cagol, la stessa autrice, Angela Demattè. La regia è di Carmelo Rifici, giovane collaboratore di Luca Ronconi e vincitore del Premio Eti Olimpici del Teatro 2009 come miglior regista dell’anno e del Premio della Critica 2009 per “I pretendenti” di Lagarce diretto per il Piccolo Teatro di Milano, che ha saputo far rivivere con profonda sensibilità un ambiente borghese dove si giocano tutte le contraddizioni e i paradossi esistenziali di una famiglia anonima “sbattuta in prima pagina”. Scene di Guido Buganza, costumi di Margherita Baldoni, musiche di Ferdinando Baroffio e luci di Lorenzo Carlucci.


La tournée

Bolzano, Teatro Comunale, 24-26 febbraio

Trento, Teatro Cuminetti, 28 febbraio – 4 marzo

Tione, Teatro Comunale, 5 marzo

Rovereto, Auditorium Melotti, 6 marzo

Varese, Teatro Mario Apollonio,8 marzo


www.teatro-bolzano.it

Estratti dalla rassegna stampa

Il Teatro Stabile di Bolzano presenta “Avevo un bel pallone rosso” di Angela Dematté. Premio Riccione per il Teatro 2009.

Regia Carmelo Rifici, con Andrea Castelli e Angela Dematté.

Scene Guido Buganza, costumi Margherita Baldoni, musiche Ferdinando Baroffio, luci Lorenzo Carlucci.

 

In scena le Br e Mara Cagol: vita di una ragazza “normale”

Avevo un bel pallone rosso racconta l’avventura umana e politica di Margherita “Mara” Cagol, fondatrice delle Brigate rosse e moglie-compagna di Renato Curcio. Un testo crudo, scritto e interpretato da Angela Demattè, che affronta con onestà e senza sconti la tragedia del terrorismo con le sue vittime innocenti. Lo spettacolo, prodotto dallo Stabile di Bolzano con la regia di Carmelo Rifici, è stato applaudito l’altra sera al Piccolo Eliseo di Roma. Nello spettacolo della Demattè si assiste a un progressivo, drammatico mutamento attraverso il dialogo serrato, intenso, doloroso con il padre della Cagol, un uomo semplice, anche lui inesorabilmente normale, nella magistrale interpretazione di Andrea Castelli. E uscendo dal teatro si è costretti a riflettere, avendo la sensazione di non aver perso una serata.

Emilia Costantini / Corriere della Sera

 

 

Quel dialogo col padre e con la storia della brigatista Mara

Nella bella scenografia di Guido Buganza, l’interno borghese della casa paterna si trasforma, mediante due semplici pareti mobili, in alloggi precari e nel buio e sinistro centro direttivo della lotta armata. Diretti con grazia semplice ma efficace da Carmelo Rifici, solo due attori in scena, padre e figlia. Ovvero un Andrea Castelli che ottimamente incarna il conflitto emotivo e generazionale per quella figlia ribelle e dalle strane idee che frequenta cattive compagnie e che nemmeno il matrimonio con quel Renato sistemerà, e la stessa Angela Demattè che da timida ragazza di buona famiglia diviene poco a poco (anno dopo anno) sempre più decisa e fredda ma incapace di rompere con il padre. Da vedere.

Luca Vido / Il Giorno

 

 

Mara, gli anni di piombo da Trento alle Br

Di questo si parla in Avevo un bel pallone rosso della trentenne Angela Demattè, Premio Riccione 2009, ma da una prospettiva sghemba, minimal-familiare, dove la Storia viene filtrata dal rapporto tra Margherita e suo padre, tratteggiato da Andrea Castelli con sobria quanto commovente sensibilità. E sorprendono il garbo, il pudore e l’equilibrio che la giovane drammaturga trentina, anche protagonista perfettamente in parte, riesce a mantenere tra i due personaggi, raccontando senza partigianerie l’aprirsi di un divario generazionale e ideologico che ha le sue buone ragioni da una parte e dall’altra.

Claudia Cannella / Hystrio

  

Avevo un bel pallone

Quel che affascina di questo spettacolo – così lineare, pulito, verrebbe da dire “tradizionale” – è proprio l’evoluzione del linguaggio, la dialettica. La tensione padre-figlia si muta, infatti sottilmente e inesorabilmente, in un dialogo che assume toni sconcertanti di una incomunicabilità dovuta a vocabolari, dizionari, lingue sempre più lontane. Man mano che la vicenda umana, politica, intellettuale di Margherita Cagol si addentra nei meandri tortuosi e violenti della lotta armata, e Margherita diventerà Mara, subentra lo stile allucinato – parascientifico, paramilitare, parapolitico – di quegli anni di piombo, e quel filo di sentimento che legava padre e figlia si sfilaccia, in un vero e proprio “dialogo tra sordi”. Da un lato l’uomo, con la saggezza popolare, la forte cultura cristiana, il bigottismo cui pure cerca di reagire; dall’altro lei, sempre più presa dalla vertigine teorico-militante, dalla folle lucidità, dalla “cultura rivoluzionaria”. In effetti, il testo della Demattè, ha indubbi pregi: intanto, racconta un decennio terribile con grazia e intelligenza. Porta lo spettatore all’ombra dei fatti, nella quiete di case in cui si  avverte solo l’eco di quegli anni. Indaga la microstoria di un padre – un comunissimo, sensatissimo, padre di famiglia, pieno d’affetto e di premure seppur autoritario – cui esplode letteralmente tra le mani la rivolta, incarnata nella figlia.

 

Andrea Porcheddu / Del Teatro.it

 

 

 

 

Storia di Mara

La giovane autrice e attrice trentina Angela Demattè affronta in maniera profonda e inconsueta la tragedia del terrorismo con le sue vittime innocenti, i furori giovanili, gli “anni di piombo” che hanno bruciato un’intera generazione e l’incomunicabilità tra padri e figli.

Tiberia De Matteis / Il Tempo

 

 

Avevo un bel pallone rosso

La storia vera della brigatista rossa Mara Cagol diventa per la giovane autrice Angela Demattè materia per raccontare gli anni bui del terrorismo attraverso l’incomunicabilità tra un padre e una figlia. Una distanza generazionale che diventa linguistica, dal dialetto del quotidiano all’italiano politicizzato dei proclami Br, in un testo teso e intelligente.

 

Simona Spaventa / La Repubblica

 

 

Quel bel pallone rosso

Un testo maturo, che affronta il tema degli anni di piombo, a partire dal conflitto generazionale più classico: quello tra un padre “per bene”, piccolo borghese, cattolico, animato da un affetto sincero ma sobrio che non indugia in “smancerie” (un bravissimo Andrea Castelli), e sua figlia universitaria iscritta a sociologia, conquistata alle tesi del materialismo dialettico (la stessa Demattè).

 

Alessandra Bernocco / Europa

 

 

Che emozione, quel Sessantotto trentino

Sotto il profilo storico, il maggior merito di Avevo un bel pallone rosso (e della messa in scena del regista Carmelo Rifici) sta nel sottolineare senza infingimenti come il terrorismo fu – anche – un frutto delle sacrestie e delle parrocchie, per l’estrema facilità con cui tanti personaggi di quella stagione passarono dall’oratorio alla lotta armata. Il maggior pregio teatrale è costituito invece dall’uso di due piani linguistici diversi: il dialetto trentino che funge da linguaggio della realtà, e la lingua “alta” in cui si esprime l’astrazione ideologica. Dal contrasto fra questi due livelli emerge benissimo lo scollamento drammatico fra chi tentò di fare la rivoluzione e la vita italiana concreta. Del pubblico si è detto: commosso ed entusiasta, oltre che grato per il modo i cui l’autrice e la

compagnia hanno saputo ricostruire, entrando nell’animo dei personaggi e della vicenda, un capitolo terribile e straziante della nostra storia recente.

 

Umberto Gandini / Alto Adige

 

 

Due mondi e un filo rosso sangue

Angela Demattè ha costruito un testo teatrale di innegabile fascino, modulando con attenzione i vari passaggi della storia, esaminata in un arco di tempo di dieci anni, mettendo a fuoco i momenti salienti sia del suo rapporto con il padre sia la sua trasformazione da ragazza legata ad un determinato contesto sociale, familiare e religioso ad una donna determinata, fredda, staccata da ogni cosa, animata solo di fede politica. Bella la regia di Carmelo Rifici, ricca di intuizioni, sia per quanto riguarda il codice interpretativo affidato ai due protagonisti, sia per l’idea scenografica che risolve con rapidità il cambio di luogo. Andrea Castelli ha vissuto il ruolo del padre con significativa naturalezza, trasferendo alla platea una dimensione più che mai variegata di emozioni fatte di dolore, incomprensione, sconforto. Nelle sue parole e nei gesti si riconoscono il carattere trentino, i modi di dire del tempo, il pudore e l’impotenza di fronte a fatti più grandi di lui. Applausi tanti e commossi per un incontro a teatro che non ha tradito le aspettative.

 

Antonia Dalpiaz / L’Adige

 

 

Avevo un bel pallone rosso - sintesi compiuta di una storia

La Demattè ha vinto il Premio Riccione per il Teatro con una drammaturgia scritta in dialetto, perché di esso ne ha fatto un uso sapiente, motivato e necessario. E proprio Andrea Castelli dà qui conferma, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, del suo grande talento attoriale. Nel detto come nel tanto non detto presente nello spettacolo, Castelli non pare nemmeno recitare una parte, ma si dimostra capace di essere quella parte: sul palco vediamo un uomo consumato dalla preoccupazione e dal dolore, un uomo al quale le parole rimangono spesso sospese nel tragitto tra il cuore e le labbra, che riesce ad invecchiare senza trucco, procurandosi addosso il peso di anni

trascorsi nell’apprensione. Avevo un bel pallone rosso è uno spettacolo nel quale padri, figli e generazioni di mezzo possono riconoscersi nelle dinamiche delle fratture generazionali, e nel quale i cittadini di ogni età e credo politico possono ancora interrogarsi sul senso di quello che è stato, che avrebbe potuto essere o non essere.

 

Claudia Gelmi / Corriere del Trentino

 

 

Rosso simbolo di innocenza e tragedia umana

Una storia accaduta negli anni ’70 rivive e prende forma sulla scena per merito di una donna trentina, Angela Demattè autrice e interprete in teatro con Andrea Castelli. Lei è la figlia ribellatasi alle convenzioni di una terra profondamente conservatrice e cattolica, lui nella parte di un padre a cui importa difendere il prestigio della sua posizione sociale. Un uomo “tutto casa chiesa e bottega”.

Si assiste a un dialogo tra loro reso perfettamente realistico dalla scrittura drammaturgica in primis e dalla regia funzionale quanto fedele alle intenzionalità dell’autrice. Carmelo Rifici costruisce le dinamiche relazionali e affettive con sapienza e l’intelligenza necessaria per evitare di farne un manifesto ideologico (come espresso da Angela Demattè cui premeva l’intimo e non lo storico pubblico sulla base della vicenda politica), grazie al quale fa rivivere un ambiente borghese dove si giocano tutte le contraddizioni e i paradossi esistenziali di una famiglia anonima “sbattuta in prima pagina”.

 

Roberto Rinaldi / teatro.org

 

Fra chitarra e mitra un filo rosso d’amore lega ideali e tragedie

Nella rappresentazione colpisce la straordinaria interpretazione di Andrea Castelli (forse una delle sue più intense) della figura del padre, la capacità di farne un personaggio vero. Il padre riassume su di sé un “trentinismo” un po’ scontato, ma Castelli lo riscatta restituendo una sofferta umanità alla verità di un uomo. Il “pallone rosso” diventa così lo spunto per una rilettura complessiva della figura di Margherita e di quegli anni. Le Brigate Rosse, certo. I tanti lutti subiti, assieme all’innocenza perduta, tendono spesso a fare di Mara un’icona lontana: chi la vede come martire, chi come una “brigatista”, antesignana di quelle Br che avrebbero compiuto non solo tragici delitti,

ma imperdonabili errori politici.

 

Franco de Battaglia / Trentino

 

Lotta di sangue

Un plauso al regista Carmelo Rifici che ha saputo cogliere l’essenza del testo senza forzature, in cui i sentimenti passano attraverso le pause, gli sguardi, gli atteggiamenti, ora convulsi ora pacati, le porte chiuse o sbattute, i passi. Un bel successo di pubblico, che ha assistito per un’ora e mezza,senza cadute di tensione, e si è poi scatenato in un lungo, meritato applauso.

 

Bruno Vanzo / Vita Trentina