Sorry, boys

Dialoghi sulla mascolinità per attrice e teste mozze. Terza tappa del progetto sulle Resistenze femminili. (Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti a Gloucester, Massachusetts)

di e con: Marta Cuscunà

progettazione e realizzazione teste mozze: Paola Villani

assistenza alla regia: Marco Rogante

disegno luci: Claudio “Poldo” Parrino

disegno del suono: Alessandro Sdrigotti

animazioni grafiche: Andrea Pizzalis

costume di scena: Andrea Ravieli

co-produzione: Centrale Fies

con il contributo finanziario di: Provincia Autonoma di Trento, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

con il sostegno di: Operaestate Festival, Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Comune di San Vito al Tagliamento Assessorato ai beni e alle attività culturali, Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia

distribuzione: Laura Marinelli

teste gentilmente concesse da: Eva Fontana, Ornela Marcon, Anna Quinz, Monica Akihary, Giacomo Raffaelli, Jacopo Cont, Andrea Pizzalis, Christian Ferlaino, Pierpaolo Ferlaino, Filippo pippogeek Miserocchi, Filippo Bertolini, Davide Amato

Un ringraziamento a Andrea Ravieli, Lucia Leo, Roberto Segalla e alle ragazze e ai ragazzi del Gender and Sexuality Group del Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico

Marta Cuscunà fa parte del progetto Fies Factory

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La storia
E' iniziata come un pettegolezzo che serpeggiava tra i corridoi della scuola superiore di  Gloucester.
C'erano 18 ragazze incinte – un numero 4 volte sopra la media – e non per tutte era stato un incidente.
La storia, poi, è rimbalza in città: alcune delle ragazze avrebbero pianificato insieme la loro gravidanza, come parte di un patto segreto, per allevare i bambini in una specie di comune femminile.
Quando il preside della scuola ne parla su un quotidiano nazionale, scoppia una vera e propria tempesta mediatica e la vita privata delle 18 ragazze diventa un scandalo che imbarazza tutta la comunità di Gloucester.
Giornalisti da ogni dove, dall'Australia alla Gran Bretagna, dal Brasile al Giappone, invadono la cittadina nel tentativo di trovare una spiegazione per un patto così sconvolgente.
Ma rimangono a mani vuote perché l'intera comunità, turbata dal fatto che la vita sessuale delle proprie figlie fosse diventata il pettegolezzo dei talk show di mezzo mondo, si chiude nel silenzio più assoluto.
The Gloucester 18 è un documentario in cui si dà voce ad alcune di quelle ragazze, lontano dai riflettori dello scandalo. Alcune di quelle ragazze, in questo documentario, parlano per la prima volta.

E una di loro confessa di aver voluto creare un piccolo mondo nuovo e una nuova famiglia tutta sua, dopo aver assistito a un terribile femminicidio.
Questa scoperta è stata per me come un campanello d'allarme.

Le fonti
Ho continuato a cercare notizie su Gloucester per capire in che contesto sociale aveva potuto mettere radici l'idea di un patto così sconvolgente.
Così ho trovato una altro documentario, Breaking our silence, in cui il capo della polizia di Gloucester rivela come non passasse letteralmente giorno senza che il suo dipartimento ricevesse una segnalazione di violenza maschile in famiglia. I dati che fornisce sono impressionanti: 380 chiamate per violenza domestica in un anno (più di una al giorno) e 179 arresti. In una cittadina di 30.000 abitanti.
Ma quello che è davvero interessante è che il documentario racconta di come questa situazione  avesse spinto 500 uomini a organizzare una marcia nelle strade della cittadina per sensibilizzare la comunità al problema. Uomini contro la violenza, così si sono autodefiniti.
Nelle interviste, molti di loro dicono di aver sentito il bisogno di mobilitarsi in prima persona, consapevoli del fatto che la violenza maschile è un problema delle donne (che inevitabilmente la subiscono) ma che soltanto gli uomini possono veramente risolverlo, cambiando la cultura maschile dominante che continua a causare queste tragedie.
L'idea che sta alla base di “Sorry, boys” è che a Gloucester, la concomitanza tra il patto delle 18 ragazze e la marcia degli uomini, non siano stati solo una coincidenza e che tutto ciò abbia a che fare con il modello di mascolinità che la società impone agli uomini.

Teste mozze
Nel nero della scena, due schiere di teste mozze. Appese.
Da una parte gli adulti. I genitori, il preside, l'infermiera della scuola. Dall'altra i giovani maschi, i padri adolescenti.
Sono tutti appesi come trofei di caccia, tutti inchiodati con le spalle al muro da una vicenda che li ha trovati impreparati.
Potranno sforzarsi di capire le ragioni di un patto di maternità tra adolescenti, ma resteranno sempre con le spalle al muro.
Come le teste della serie fotografica We are beautiful, che il fotografo ventisettenne Antoine Barbot ha realizzato nel 2012 durante il suo internship presso lo studio di Erwin Olaf; e che sono state l'ispirazione da cui partire per progettare e costruire le macchine sceniche di "Sorry, boys".

 

Nello spettacolo si segnala la presenza di riferimenti sessuali espliciti nel linguaggio

durata: 70 minuti

 

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credit fotografici: Andrea Pizzalis e Alessandro Sala per Centrale Fies

 

Bolzano: Teatro Comunale (Teatro Studio) sabato 13 febbraio h. 20.30 acquista