Podcast

Coppia Aperta, quasi spalancata

“Coppia aperta, quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame, commedia di successo internazionale tra le tante del Premio Nobel per la Letteratura 1997, è una pièce divertente, briosa, fluida, basata su un sofisticato meccanismo comico. Scritta negli anni Ottanta, affronta il tema della libertà sessuale nella vita coniugale secondo le (pseudo) visioni alternative e antiborghesi maturate in quel movimentato periodo storico. Questo capolavoro di Fo e Rame entra per la prima volta nel repertorio di uno Stabile: siamo nel 1998 al Teatro Comunale di Gries dove Marco Bernardi dirige con maestria la coppia formata da Patrizia Milani e Carlo Simoni con “l’intruso” Riccardo Zini.
Nel lungo e coinvolgente monologo la protagonista Antonia racconta se stessa, rimbalzando dal presente al passato e manifesta le proprie inquietudini provocate dalla vita libertina del compagno. Dialoga anche con l’uomo e cerca complicità e comprensione nello spettatore/ascoltatore, perché, ormai esasperata dai tradimenti del marito, vorrebbe farla finita buttandosi dalla finestra, sparandosi un colpo in testa, oppure ingoiando pasticche. Ma, sollecitata e convinta dall’intraprendente marito, supera gli impedimenti morali, si trasforma e trova un amante, un fisico nucleare intelligente, divertente, appassionato di musica rock, sinceramente innamorato di lei. A questo punto la situazione si rovescia e la forza comica del testo subisce una drastica e straordinaria accelerazione perché il marito entra nel vortice della crisi, vive un drammatico e esilarante smarrimento. La tanto decantata libertà dei sessi da lui sostenuta, al cospetto del fatto compiuto dalla moglie, smaschera la sua vera identità, tradizionale e maschilista. La frustrazione culmina in un suicidio finale dal sapore tragicomico quale metafora del fallimento di un’esperienza generazionale. Durante l’ascolto di “Coppia aperta, quasi spalancata” si ride e si sorride ma si riflette anche sull’ inscindibile nesso fedeltà-tradimento.

“Coppia aperta, quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame. Regia Marco Bernardi, scene e costumi Roberto Banci, luci Andrea Travaglia. Con Patrizia Milani (Antonia, la moglie), Carlo Simoni (un uomo, il marito), Riccardo Zini (il Professore, l’amante).
Regista assistente Luigi Ottoni, aiuto regista Antonio Caldonazzi, direttore di scena Andrea Travaglia, capo macchinista Giacomo Rinaldi, capo elettricista Piero Zennaro, macchinista Stefano Carraro, elettricista Tullio Tombolani, sarta Francesca Villani, rammentatore Walter Zambaldi, scene Scenodue, costumi G.P. Riame, calzature Pompei. Teatro Stabile di Bolzano, 1998/1999


Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis

Riflessioni e considerazioni assai diverse muovono l’ascolto di “Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis” di Pino Loperfido. Si tratta di un monologo civile dedicato ad una tragedia che ha scosso l’opinione pubblica internazionale. Il 3 febbraio 1998 un aereo Prowler della base americana di Aviano trancia di netto i cavi della funivia del Cermis in val di Fiemme, facendo precipitare nel vuoto una cabina con venti persone a bordo, tutte morte. L’unico superstite, il manovratore dell’altra cabina appena sfiorata dall’impunito pilota, diventa il narratore/attore di questa «cronaca romanzata di una tragedia». Attonito e inerme testimone dei fatti, «appiccicato alla morte» per un’ora nella gabbia metallica, racconta, guidato da un flusso di coscienza che passa dai «nudi fatti» ai ricordi personali, dall’evocazione delle voci dei valligiani alle espressioni di rabbia contro «un’imbecillità che non ha patria, non ha colore, non ha sesso». Oltre alla ricostruzione dei fatti, il testo diventa metafora della solitudine e dell’angoscia della parola quando alimenta la memoria storica.
Interpreta “Il racconto del Cermis” il comico trentino Andrea Castelli, ora a confronto con un testo contemporaneo di grande intensità, mentre la regia è di Paolo Bonaldi. La voce ondeggia tra cupa parola descrittiva e battute ironiche, rabbia e dolore. Lo stesso Castelli dichiara: «Lo spettacolo coinvolge il pubblico ogni volta, e allo stesso modo coinvolge me stesso. Questo non è un monologo che ti consente, in una serata fiacca, di dire: vabbè, stasera tiro via, senza dannarmi. Una volta che sei dentro questa storia, è proprio bello raccontarla, dentro silenzi commossi, davanti a gente che poi viene a cercarti nel camerino, per approfondire».

Ciò che non si può dire. Il racconto del Cermis di Pino Loperfido. Regia Paolo Bonaldi, luci Vittorio Garavelli. Con Andrea Castelli.
Assistente alla regia Margherita Hoffer, direttore di scena Walter Zambaldi, elettricista Roberto Pulita, fonico Giuseppe Zappini, rammentatrice Nicoletta Girardi. Teatro Stabile di Bolzano 2002/2003


Medea

La tragedia greca “Medea” di Euripide (V sec. a.C.) contiene in sé i requisiti per trasformare un fatto di cronaca nera in una metafora storica universale. Una donna (Medea), per favorire le ambizioni del marito (Giasone), imbroglia il padre e uccide il fratellastro. Assieme abbandonano le rispettive terre d’origine, diverse per cultura e mentalità, - l’una selvaggia e arcaica, l’altra fondata sul dominio della ragione e la logica del progresso - e si trasferiscono in una città ricca ed evoluta (Corinto). Qui l’uomo abbandona la compagna per sposare la figlia di un personaggio influente (Creusa, figlia del re Creonte); Medea tradita e bandita dalla città, uccide prima la rivale e il padre e poi i suoi due figli. Lecita la domanda: perché l’ha fatto? Per follia? Odio? Vendetta? Per altro, ancora?
L’audio di “Medea” corrisponde alla messinscena fortemente innovativa curata da Marco Bernardi (stagione 1996-1997) al Teatro Comunale di Gries. Le voci degli attori della compagnia bolzanina interpretano una storia adattabile ai fenomeni migratori contemporanei. Patrizia Milani (Medea) racconta lo strazio esistenziale dell’extracomunitaria tradita da Carlo Simoni (Giasone), uomo d’affari della City, Chiara Muti (figlia del celebre direttore d’orchestra) è l’archeologa al posto del coro e custode degli orrori rivelati con strazianti litanie, che coinvolgono Mario Pachi (re Creonte), Libero Sansavini (Il pedagogo), Leda Celani (La nutrice), Alvise Battain (Il nunzio). Le musiche sono di Dante Borsetto.

“Medea” di Euripide. Traduzione Umberto Albini, elaborazione drammaturgica della traduzione Angelo Dallagiacoma, regia Marco Bernardi, scene Gisbert Jaekel. costumi Roberto Banci, musiche Dante Borsetto, luci Andrea Travaglia. regista assistente Luigi Ottoni, ambientazione sonora Franco Maurina, al piano Marco Ponchiroli, direttore di scena Roberto Banci, capo macchinista Gian Carlo Turato, macchinista Claudio Abiti, elettricista Pasquale Quaranta, fonico Giuseppe Zappini, sarta Elena Beltrame, rammentatrice Elena De Concini, truccatrice Marlene Frontull scene Scenodue Roma calzature L.C.P. Roma costumi Tirelli Roma, Corneliani Mantova, Pedroni Bolzano, parrucche Audello


Molière: la recita di Versailles

“Molière: la recita di Versailles” spettacolo di Paolo Rossi e Giampiero Solari su canovaccio di Stefano Massini (stagione 2015-2016), rappresenta il gioco della vivacità comica attraverso la formula del “teatro nel teatro” assunta dalla commedia di Molière del 1663 che mette in scena se stesso e la propria compagnia nel corso di una prova in vista di un’imminente recita commissionata da re Luigi XIV.
Nel testo adottato dalla compagnia bolzanina emergono le similitudini tra l’artista Paolo Rossi e Molière lungo un percorso di vita artistica che coniuga un efficace incontro tra una compagnia del ‘600 e di oggi. Mentre si distribuiscono i copioni e si provano le parti, si sentono le canzoni via via di Beatles, John Lennon, Gianmaria Testa eseguite dai Virtuosi del Carso. Il tempo stringe, le voci degli attori si fanno frenetiche, si ricorre all’improvvisazione. Lo spasso è garantito dal brioso Rossi che anima un sottile gioco di battute pungenti e sagaci rivolte al presente e all’interpretazione del capocomico Molière, dal repertorio del quale vengono assunte scene delle commedia più importanti che impegnano gli attori di questa divertente e scalcagnata compagnia. Si riconoscono Lucia Vasini Fulvio Falzarano, Mario Sala, Riccardo Zini, Irene Villa, affiancati dai bravi bolzanini Karoline Comarella e Paolo Grossi.

“Molière: la recita di Versailles” di Paolo Rossi e Giampiero Solari. Regia Giampiero Solari, canzoni originali Gianmaria Testa, musiche eseguite dal vivo “I Virtuosi del Carso”, scene e costumi Elisabetta Gabbioneta, luci Gigi Saccomandi. Con Paolo Rossi, Lucia Vasini, Fulvio Falzarano, Mario Sala, Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari, Stefano Bembi, Mariaberta Blasko, Riccardo Zini, Irene Villa, Karoline Comarella, Paolo Grossi.
direttore di scena Tonino Lioi, capo macchinista Michele Borghini, capo elettricista Massimo Polo, fonico Luca Bortolotti, sarta Francesca Villani, regista collaboratore Vittorio Borsari, assistente alla regia Jacopo Gussoni, scene Shaper


Il malato immaginario

Il protagonista di “Il malato immaginario”, ultimo capolavoro di Molière da lui stesso interpretato nel 1673 per poi fatalmente morire alla fine della quarta replica, è Argante, uomo ricco e prigioniero nel pensiero di aver tutte le malattie del mondo e per questo facile ostaggio di medici e di avidi farmacisti. Divide la sua esistenza tra la poltrona e il bagno. Bellina, la giovane e bella moglie lo coccola unicamente pensando, con la complicità del notaio, al tesoro di casa. Sincero invece è l’affetto della figlia che però è messa in crisi dallo stesso Argante per averla promessa in sposa a un indesiderato medico, per evidente opportunismo.
Classico del teatro comico per la perfezione degli ingranaggi narrativi sospesi tra farsa e commedia che alimentano battute di effetto e situazioni fortemente spassose e esilaranti, l’ascolto di questo splendido e coinvolgente “Malato immaginario” allestito da Marco Bernardi nella stagione 2010-2011, coinvolge anche per la bellezza delle voci dei suoi tanti interpreti: da quella dell’accidioso e angosciato Paolo Bonacelli in Argante alla divertente Patrizia Milani, dal flemmatico Carlo Simoni all’astuta Giovanna Rossi nella parte della moglie.

Il Malato immaginario di Molière. Traduzione Angelo Dallagiacoma, regia Marco Bernardi, scene Gisbert Jaekel, costumi Roberto Banci, luci Giovancosimo De Vittorio
Con Paolo Bonacelli (Argante, malato immaginario), Giovanna Rossi (Bellina, seconda moglie di Argante), Gaia Insenga (Angelica, figlia di Argante e innamorata di Cleante), Xenia Bevitori (figlia minore di Argante e sorella di Angelica), Carlo Simoni (Beraldo, fratello di Argante), Massimo Nicolini (Cleante, innamorato di Angelica), Libero Sansavini (Il dottor Diarroicus, medico), Fabrizio Martorelli (Tommaso Diarroicus, suo figlio, innamorato di Angelica), Roberto Tesconi (il Dottor Purgon, medico di Argante), Maurizio Ranieri (il Signor Olenti, farmacista), Riccardo Zini (il Signor Buonafede, notaio), Patrizia Milani (Tonina, cameriera)
Direttore di scena Tonino Lioi, capo macchinista Michele Borghini, capo elettricista Giovancosimo De Vittorio, fonico Luca Bortolotti, sarta Francesca Villani, assistente alla regia Andrea Brandalise, rammentatrice Maria Pia Zanetti, scene Allestimenti Arianese, costumi Tirelli, parrucche Audello, calzature Pompei 2000


Tempo di Chet. La versione di Chet Baker

Con “Tempo di Chet. La versione di Chet Baker”, di Leo Muscato e Laura Perini (stagione 2018-2019) si entra in un’atmosfera completamente diversa, in cui parola e musica creano un tappeto di sensazioni particolari. È la tromba di Paolo Fresu, interprete e compositore jazz tra i più qualificati della scena europea, a rendere omaggio al grande musicista e trombettista americano Baker morto nel 1988 in circostanze misteriose. L’espediente narrativo adottato è il ricorso al flashback e al ricordo monologato attraverso le belle e limpide voci di sette attori (Alessandro Averone, Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello, Laura Pozone). Raccontano storie vere imperniate sull’incontro-scontro tra la realtà e il talento artistico. “Sapevo che Chet era una specie di cavallo matto” ricorda il compositore Herbie Harper; “sulla West Coast c’è un bianco che sa suonare il jazz”, dice Charlie Parker. Mentre Baker così parla di sé: “Io non voglio fare nessuna rivoluzione. Suono me stesso e basta. Se poi dentro la mia voce c’è la rivoluzione, tanto di guadagnato”.

 

Tempo di CHET. La versione di Chet Baker. Testo Leo Muscato e Laura Perini, musiche originali Paolo Fresu, regia Leo Muscato, scene Andrea Belli, costumi Silvia Aymonino, luci Alessandro Verazzi
con Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (piano), Marco Bardoscia, (contrabbasso)
(in o.a.) Alessandro Averone, Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Graziano Piazza, Laura Pozone
assistente alla regia Alessandra De Angelis, direzione musicale Vittorio Albani, direttore di scena Tonino Lioi, capo macchinista Michele Borghini, capo elettricista Massimo Polo, suono Fabrizio Dall’Oca assistente alla tecnica Luca Devito, sarta Francesca Villani, assistente scenografo Mariangela Mazzeo, scene Laboratorio Scenografia Pesaro