Il giardino dei ciliegi
Un vero capolavoro: l’opera più lirica di Cechov- di Anton Cechov
- traduzione Gerardo Guerrieri
- regia Paolo Magelli
- scene Lorenzo Banci
- costumi Leo Kulas
- musiche Arturo Annecchino
- con Valentina Banci, Francesco Borchi, Valeria Cocco, Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti, Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno, Fabio Mascagni, Paolo Meloni, Silvia Piovan, Luigi Tontoranelli, Sara Zanobbio
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TEATRO METASTASIO STABILE DELLA TOSCANA
TEATRO STABILE DI SARDEGNA
Anton Cechov
Un’enorme tenuta che sta per essere venduta all’asta, un frutteto che
una volta all’anno, nel mese di maggio, si copre di fiori bianchi e diventa
giardino, simbolo di rimpianti, speranze e sogni. Ogni anno il ciclo delle
stagioni si compie e ogni anno il giardino ritorna giovane, ricomincia la
sua vita. A contemplare questo miracolo per l’ultima volta, riuniti nella
grande casa dell’infanzia, i personaggi del Giardino dei ciliegi di Anton
Cechov non possono che scorgere ognuno nell’altro i segni del tempo che
passa, il miracolo che su di loro non si compie, l’approssimarsi di una
resa dei conti col proprio destino. L’ultima e la più lirica delle opere di Cechov,
nacque tra il 1902 e il 1903 e venne rappresentata per la prima volta
nel 1904. All’ombra degli alberi di questo giardino si compiono i destini
dei protagonisti, che rispecchiano la crisi di una società, la decadenza di
una classe e l’affermazione di un’altra, la trasformazione di mentalità e
il delinearsi di un nuovo sistema di valori. Nel corso di una lunga estate
al crepuscolo di un’epoca, si svolge una vicenda tutta costruita sull’alternanza
fra immobilità e brividi forieri di cambiamento.
Un capolavoro assoluto in cui i temi dell’idealismo, della frustrazione e
della “sofferenza del mutamento”, verranno riletti da Paolo Magelli, slavista,
intellettuale cosmopolita e regista tra i più originali e riconosciuti
del teatro europeo, che dirigerà le compagnie dei Teatri Stabili di Toscana
e della Sardegna. La profonda conoscenza della cultura dell’Est, che lo ha
portato a confrontarsi con i testi più importanti della letteratura slava, si
traduce in un metodo che punta all’approfondimento del lavoro interpretativo
e dell’affiatamento tra le due compagnie.
“Cechov ha scritto un “giardino di visciole” e non “giardino dei ciliegi”
e la differenza non sta solo nel fiore (bello e fragilissimo), ma anche nel
frutto, che è utilizzabile solo per un breve periodo.” afferma Magelli.
“L’allegoria della fragilità della vita, della sua inesorabile staticità abbarbicata
in un mondo che tragicomicamente ci consente solo di avvizzire e
cadere dal ramo dal quale siamo spuntati, il viaggio dalla bellezza alla
deturpazione fisica e spirituale, la velocità con cui le nostre culture si perdono
nella storia e nei suoi cambiamenti, sono temi che si ripetono senza
fine in quest’opera. Cechov usa un’ironia cosmica e dolorosa che ci serve
sulla scena -come in nessun altro testo- per costringerci a “riviaggiare”
dentro la nostra vita.”
Turno A giovedì 9 febbraio h. 20.30
Turno B venerdì 10 febbraio h. 20.30
Turno C sabato 11 febbraio h. 20.30
Turno D domenica 12 febbraio h. 16.00
