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Uno spettacolo importante interpretato da un attore e regista di vaglia come Alessandro Gassman, figlio del compianto Vittorio e di Juliette Mayniel. Gassman ha esordito nel cinema già a diciassette anni con “Di padre in figlio”, scritto e diretto proprio con il padre. Dopo aver studiato recitazione per due anni alla Bottega Teatrale di Firenze inizia a lavorare in teatro e nel 1984 vince il Biglietto d’oro con “Affabulazione” di Pasolini. Dal 1986 lavora ininterrottamente sia sul palcoscenico sia per la televisione e il cinema.
Dopo aver sempre recitato Gassman, da due stagioni, ha voluto anche confrontarsi con la regia teatrale. Lo ha fatto affrontando, come prima prova, un autore e un testo estremamente complessi quali sono Bernhard e la sua “Forza dell’abitudine”. E’ stato un vero e proprio successo che gli ha regalato teatri esauriti e il calore del pubblico.
Ora Gassman prosegue la sua ricerca proponendo un testo socialmente coinvolgente e profondamente ideologico, nonostante il suo impianto realistico, come La parola ai giurati di Reginald Rose. “Così come Bernhard mi aveva ispirato uno spettacolo ricco di aperture oniriche e di grottesca comicità -scrive Gassman nelle sue note di regia- Rose mi permette invece di entrare nelle varie e sfaccettate tipologie umane e caratteriali colte in una situazione di claustrofobia nella quale emergono gli aspetti comportamentali più contraddittori”.
Il dramma giudiziario ambientato a New York nel 1950 racconta la storia di dodici giurati (da qui il titolo originale “Twelve Angry Men”) che devono giudicare un ragazzo ispano-americano accusato di parricidio. Uno solo di loro ha qualche dubbio sulla condanna dell’imputato e, con una finezza psicologica pari alla sagacia dialettica, riesce a convincere gli altri a votare per la non colpevolezza. Serrato, intelligente, acuto, il lavoro porta alla luce i pregiudizi e le false certezze che caratterizzano il comportamento dei giurati e che affiorano nel momento in cui devono assolvere il compito più difficile per un uomo: quello di decidere della vita di un altro uomo. Tema quest’ultimo quanto mai attuale anche nel nostro paese impegnato in prima linea per una moratoria contro la pena di morte.
“La vicenda - conclude Gassman - è incentrata su due capisaldi del sistema giuridico anglosassone: la presunzione di innocenza e la dimostrabilità della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. In un’epoca in cui il mondo è afflitto da ideologie contrastanti che si nutrono di assolutismo e che spesso scadono a pregiudizi, il ‘ragionevole dubbio’ è una preziosa arma di difesa”.
Da questo dramma sono stati tratti due film. Il primo (1957) diretto con grande maestria da Sidney Lumet ed interpretato in modo indimenticabile da Henry Fonda. Il secondo (1997) diretto da William Friedkin con Jack Lemmon.
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