La storia che raccontiamo si snoda in una manciata di giorni. L’azione non segue un ordine cronologico, si va continuamente avanti e indietro nel tempo.

È ambientata a Bolzano. Lo si evince dal fatto che vengono nominati luoghi e situazioni che gli spettatori locali conoscono di sicuro; ma se solo avessi dato un accento diverso ai personaggi, avremmo potuto essere in una qualunque città di provincia. E non solo italiana.

C’è un bar e una manciata di anime fragili che ci gira attorno; un fermento continuo e un avvicendarsi di giovani già vecchi, che sono sempre lì e sono sempre gli stessi. Simpatici e divertenti, chiacchierano, scherzano, litigano, fanno progetti, li disfano. Non possono fare a meno di incontrarsi in quel crocicchio di vite ordinarie, dove l’economia si regge più sul jukebox e il videopoker, che sui superalcolici che bevono. E ne bevono tanti e di continuo.

È evidente che qualcuno di loro ha seri problemi con l’alcol. Qualcun altro comincia a non controllare più il numero di canne che si fa ogni giorno, o l’eroina che si fuma ogni volta che può. C’è chi sgobba quattordici ore al giorno, e chi non ha bisogno di lavorare; chi insegue dei sogni, e chi invece non ne ha mai avuti. È l’immota solitudine di molte realtà di provincia, il desiderio di scappare, senza avere mai la forza di farlo veramente.

Questo atavico senso di solitudine ci ha suggerito un’atmosfera carveriana, per questo nostro spettacolo. Scene, luci, musiche, ritmo, recitazione: tutto è concepito per suggerire continuamente una sospensione, abitata da vite appese a un filo, quello dell’incertezza e del bisogno di immaginarsi un futuro migliore.

Logorroici, egocentrici, entusiasti e disillusi, questi ragazzi provano in tutti i modi a dissimulare il sentimento ultimo che li attanaglia, ma non ci riescono. E il quadro che loro malgrado compongono ogni giorno sembra il soggetto di certi quadri di Hopper.

È come se fossero vittime di un’afasia sentimentale che li costringe a rimanere in attesa: sono lì che aspettano qualcosa, o qualcuno che rivoluzioni il mondo al posto loro. Ma di fatto non succede niente.

È il vuoto pneumatico che li attanaglia. E al fondo ne sono consapevoli.

Ogni tanto qualcuno prova a lanciare un urlo, ma nessuno lo sente. Forse perché nemmeno un

urlo basta più.

C’è solo uno spettatore solitario che li capisce fino in fondo. Ma è un alcolizzato che farfuglia e

nessuno gli dà credito.

A un certo punto, per fortuna, si respira.

 

Leo Muscato